Summer School 2019

2597af3a25906ad655d79a95da0f2119-1160x430.jpg citta'SUMMER SCHOOL DI FILOSOFIA e TEORIA CRITICA 2019

LA RIVOLUZIONE URBANA E LA MODERNITA’. Il problema della citta’ tra filosofia, architettura e scienze sociali

dal 23 al 27 settembre 2019
Gorizia, Polo Universitario di via Alviano

A cura della Rete per la Filosofia e gli  Studi umanistici
In collaborazione con la Scuola di Architettura dell’Università di Trieste

Vedi presentazione, programma dettagliato e profili dei relatori → BROCHURE Summer School 2019

E’ incominciata la nuova edizione della Summer School di Filosofia e Teoria critica, corso di approfondimento filosofico dedicato agli studenti delle scuole superiori. Il corso residenziale, ospitato presso il Polo Universitario di Gorizia, è organizzata dalla Rete per la Filosofia e gli Studi umanistici, della quale fanno parte numerosi Licei e Istituti superiori di tutto il Friuli-Venezia Giulia, i Dipartimenti umanistici delle Università di Trieste e di Udine, la Società Filosofica Italiana – Sezione Friuli Venezia Giuliache riveste il ruolo di soggetto capofila. Il corso avrà la durata di cinque giorni, con due turni, il primo dal 23 al 25 settembre, il secondo dal 25 al 27. In ciascun turno gli studenti, divisi in gruppi più piccoli, potranno seguire lezioni e seminari con modalità didattiche attive. Mercoledì 25 tutti i partecipanti di entrambi i turni seguiranno in seduta plenaria un convegno di studio con conferenze sui temi del corso.

Qui alcune foto del primo turno:foto 5foto 2 foto 3

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La VII edizione della Scuola propone come baricentro dei percorsi pluridisciplinari della Scuola il tema della “rivoluzione urbana” nel quadro di processi di modernizzazione che hanno avuto luogo nel corso del XX secolo, con lo sviluppo della società di massa, l’incremento demografico, il rovesciamento del rapporto tra la città e la campagna, i processi d’industrializzazione prima e di terziarizzazione avanzata poi, l’estensione del perimetro delle aree urbane fino alla dimensione delle contemporanee megalopoli che rappresentano per molti versi un fenomeno caratterizzante la seconda metà del XX secolo e l’inizio del XXI.

Fin dall’antichità il pensiero filosofico non ha smesso di interrogarsi sulla città, di collocarsi all’interno del suo perimetro e di intrecciare direttamente o indirettamente i propri percorsi con l’esperienza della città o, all’opposto, con l’esperienza dell’allontanamento da essa, per esempio andando alla riscoperta di una dimensione naturale ed originaria, vista come una fonte a cui attingere per correggere i guasti prodotti dalla civiltà.

Nel corso del Novecento il tema della città si è imposto in modo sempre più spiccato come uno dei grandi problemi su cui mettere alla prova metodi e strumenti di analisi innovativi, capaci di misurarsi con una realtà sociale e culturale in rapidissimo mutamento, foriera di contraddizioni anche violente ed estreme, come quelle che hanno segnato la storia del primo Novecento. La città è diventata così il banco di prova per studiare i mutamenti della cultura e della società, e le nuove forme di esistenza che essa richiede e produce. O, anche, la filosofia ha cercato di ricostruire i processi con cui la città ha acquisito i suoi tratti moderni, per riconoscervi i segni delle strategie con cui il potere ha progressivamente guadagnato la propria capacità di organizzare e governare uno spazio geografico, assieme alla popolazione presente in esso. In ogni caso, la filosofia è stata condotta a confrontarsi con discipline quali l’architettura, l’urbanistica, la geografia umana ed economica, la demografia, la sociologia ecc., con le quali ha intessuto dei dialoghi che in più di qualche momento del Novecento hanno acquisito una straordinaria rilevanza tanto dal punto di vista della ricerca scientifica quanto da quello culturale.

Così, la VII edizione della Summer School ha come obiettivo di mostrare le linee di tensione disciplinari cui è stata sottoposta la filosofia quando si è incaricata di studiare la città come problema, ma intende anche aprire degli spazi di interlocuzione tra la filosofia e gli altri saperi che concorrono alla conoscenza della città, in modo tale da dare uno spessore non solo filosofico al discorso che si incentra sulla “rivoluzione urbana” che ha marcato la storia contemporanea, con i suoi attuali sviluppi. Si intende così mostrare come l’esigenza, sempre più urgente, di “pensare la città” non può fare a meno di uno sguardo molteplice e dell’apporto di più discorsi specialistici.

In questa cornice, una particolare attenzione sarà dedicata alla riflessione sulla città che si sviluppa all’inizio del XX secolo, quando in alcuni grandi autori si pone specificamente la questione del senso della grande trasformazione urbana. Pensatori come Max Weber, Georg Simmel, Walter Benjamin, per non citare che i più celebri – hanno così lasciato con la loro opera un’impronta indelebile nella cultura del Novecento. Più recentemente, in un quadro ormai radicalmente mutato, anche altri intellettuali provenienti da discipline diverse – come Henri Lefebvre, Michel Foucault, Michel de Certeau, David Harvey – hanno dato un apporto decisivo per affrontare con forza analitica i contenuti, i risvolti e gli effetti della “rivoluzione urbana”.

La Scuola permetterà alle e agli studenti di apprendere dei contenuti in una prospettiva pluridisciplinare, e di confrontarsi con dei casi di studio affrontati con i linguaggi dell’architettura e dell’urbanistica. La cornice d’apprendimento seminariale – che contrassegna fin dal suo inizio il progetto della Summer School – favorisce un apprendimento a stretto contatto con il docente, grazie a un’esperienza d’immersione nella ricerca a livello universitario.

Interverranno i docenti:

Lezioni e seminari

Giovanni Mauro (UniTs, geografia urbana), Luca Del Fabbro Machado (UniTs, urbanistica), Giuseppina Scavuzzo (UniTs, progettazione architettonica), Sergia Adamo (UniTs, letterature comparate), Vincenzo Mele (UniPi, sociologia), Francesco Vitale (UniSa, filosofia), Francesco Biagi (UniPi, Sociologia urbana), Giacomo Maria Salerno (UniRoma 1, filosofia e urbanistica).

Conferenze (25 settembre)

Giovanni Fraziano (UniTs, progettazione architettonica), Raffaele Milani (UniBo, estetica), Alessandra Marin (UniTS, urbanistica), Gianfranco Guaragna (UniTS, progettazione architettonica)

Sara Basso ed Elena Marchigiani (UniTs, progettazione e urbanistica).

Sono previsti inoltre

Laboratori di cinema (24 e 27 settembre), a cura di Paolo Villa (UniUd, DAMS) e di Eleonora Roaro (UniUd, DAMS)

Laboratorio Michelstaedter (24 e 27 settembre), a cura di Massimo De Bortoli (Liceo “Le Filandiere”, S. Vito).

Le iscrizioni degli studenti saranno effettuate dagli istituti scolastici iscritti alla Rete e alla Sezione FVG della Società Filosofica Italiana.

La partecipazione degli insegnanti sarà riconosciuta, come negli ultimi due anni, ai fini della formazione, anche unitamente ad altre attività culturali e didattiche, all’interno dell’ampio progetto TRADIZIONE E CONTEMPORANEITÀ, ideato e organizzato dalla Sezione FVG in accordo con la SFI nazionale.

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Report della classe 5°B del Liceo Copernico

Mariagrazia Campanaro, Carla Delle Vedove, Angelica Grassi, Beatrice Pilosio

Durante il primo giorno del primo turno, il 23 settembre 2019, si sono svolte quattro lezioni, una delle quali poteva essere in seguito approfondita durante il seminario nella mattinata del secondo giorno. Si è scelto di partecipare al seminario tenuto dalla professoressa Sergia Adamo. Per il pomeriggio del secondo giorno, invece, l’attività svolta è stata il laboratorio itinerante riguardo al filosofo goriziano Carlo Michelstaedter. Il terzo giorno, infine, è stato sviluppato in cinque lezioni seguite da tutti i partecipanti del primo e del secondo turno.

Camminare in città: strategie e tattiche creative a partire da Michel de Certeau
La lezione e il seminario di Sergia Adamo

Il primo seminario è stato tenuto dalla professoressa Sergia Adamo, e ha avuto come tema la città moderna e la visione di essa in ambito letterario.
La città è emblema della modernità e del progresso, è elaborazione e formazione del nuovo. Nel nostro immaginario collettivo è innovazione: non semplicemente un luogo, ma uno spazio urbano che inventa e dà origine a storie e narrazioni che plasmano il quotidiano.
La città offre diversi punti di vista da cui può essere osservata e interpretata. Se la guardiamo dall’alto possiamo controllarla, se invece ci addentriamo in essa possiamo diventare parte delle storie e delle narrazioni che produce. È questa la visione della città di Michael de Certeau, filosofo, storico della cultura e della lingua e pensatore politico del Novecento.
Secondo Michael de Certeau, l’essere umano desidera osservare la città dall’alto perché in questo modo si sente in grado di controllarla nella sua totalità e di dominarla attraverso un solo sguardo. Prova una pulsione scopica, ovvero desidera vedere la città nella sua interezza, come una divinità che guarda gli uomini da una posizione sopraelevata. Dall’alto la percepisce muta, immobile, fissa, stabile e controllabile. Nel momento in cui l’essere umano, invece, scende da questa posizione privilegiata entra concretamente a far parte della città, conosce le particolarità e le singolarità, sente i rumori, attiva tutti i sensi, incontra corpi e persone, avverte il continuo frenetico movimento che caratterizza gli ampi spazi urbani. Non è più capace di controllare la città nella sua totalità: prova quindi un senso di limitatezza, vulnerabilità e incertezza, elementi propri della natura umana.

Una volta immerso nella città, l’uomo diventa anche creatore e innovatore di essa: è da ogni suo singolo incontro che la quotidianità si sviluppa e che quindi diviene nel corso del tempo, determinando la microstoria e la macrostoria. Nella città si creano storie multiple senza autore e senza pensatore, facendo in modo che essa non sia fissa nel tempo, ma sia in continuo transito. La storia incomincia a livello del suolo passo dopo passo perché camminando possiamo inventare percorsi, ognuno dei quali è diverso in base alle nostre intenzioni e ai nostri desideri. In questo modo ogni giorno creiamo qualcosa di nuovo: la vera innovazione quindi sta nella quotidianità.

Michael de Certeau però non è il primo a riflettere su quanto sia importante camminare all’interno di una città, cosa che può sembrare un’azione banale, ma che in realtà è determinante per lo sviluppo dello spazio urbano. Il filosofo e pensatore tedesco Walter Benjamin, infatti, vede la Parigi del diciannovesimo secolo non solo come capitale, ma anche come prefigurazione di ciò che sarebbe successo nella modernità e di come essa si stesse evolvendo.
Benjamin comincia le sue riflessioni traducendo i componimenti del poeta Charles Baudelaire, il quale all’interno de I quadri parigini, racconto poetico della città per eccellenza negli anni ’20, centra una questione fondamentale: lo spazio urbano, la città e le storie che essa produce. Egli comprende che le città sono “vive” e in continua trasformazione a causa dell’attività umana e in esse diventano di fondamentale importanza i luoghi di passaggio, definiti passage in francese. Questi ultimi infatti sono centrali luoghi di aggregazione, in cui coloro che appartengono alle classi sociali più ampie vi passeggiano nel tempo libero e in cui la borghesia comincia a sviluppare le proprie botteghe nella direzione di una nuova economia capitalistica. Anche la struttura architettonica dei passage è innovativa e rispecchia la nuova società degli inizi del Novecento: queste vie sono caratterizzate dal pullulare di botteghe e sono coperte solitamente da strutture in ferro e vetro che permettono il penetrare della luce, creando un’atmosfera suggestiva. I passage della città sono quindi un esempio di fantasmagoria, ovvero di una rapida successione di immagini, luci, colori e elementi che lasciano confusi chiunque li attraversi. È la stessa sensazione che proviamo al giorno d’oggi quando ci troviamo in un grande centro commerciale.
Il passage è il luogo in cui tutti camminano frettolosamente, in alcuni casi senza che ci sia una meta ben precisa, ma è anche il luogo in cui si fanno nuove conoscenze e in cui avvengono incontri casuali tra persone che si scambiano uno sguardo all’improvviso. Per un attimo le loro storie si incrociano diventando una parte dell’altra. A volte queste storie entrano in atto, mentre in altre non hanno un seguito. Per questo i passage sono il luogo delle possibilità, di ciò che succede e di ciò che sarebbe potuto succedere.
Un’altra caratteristica della città moderna secondo Benjamin sono le vetrine, specialmente quelle in cui sono esposte merci di lusso che il passante si ferma ad osservare ammaliato, nonostante spesso non abbia le possibilità economiche per permettersi di acquistare determinati prodotti. Anche in questo caso il sentimento provato è la fantasmagoria.

Le città moderne sviluppate a partire da fine Ottocento e inizio Novecento si rivelano quindi una fondamentale innovazione che ha determinato un nuovo modo di vivere e di percepire la realtà. Sono diventate il luogo per eccellenza in cui si producono storie, dunque il luogo da cui proviene il progresso. La sensazione di fantasmagoria, di stupore, di impotenza e di necessità di controllo prodotta agli inizi del Novecento dalle nuove città forse è la stessa che prova ognuno di noi quando si trova in un luogo vasto e ignoto: si sente il bisogno di elementi a cui aggrapparsi per poter controllare e comprendere la situazione.

Il laboratorio Michelstaedter
Il filosofo e la città. La Gorizia di Carlo Michelstaedter
A cura di Massimo De Bortoli
Il laboratorio è stato tenuto dal professor Massimo De Bortoli. L’incontro si è svolto in forma itinerante per le strade di Gorizia e nei luoghi più significativi per la sua vita: via Rastello dove è situata la sua statua, piazza Vittoria in cui si trova la casa natale, la Biblioteca Statale Isontina, all’epoca liceo frequentato dal filosofo e il Ghetto ebraico, luogo di provenienza della famiglia. Gorizia può perciò diventare un testo vivente che racconta la sua vita.
Carlo Michelstaedter  nasce a Gorizia il 3 giugno 1887 e muore suicida per un colpo di rivoltella, sempre a Gorizia, il 17 ottobre 1910. In quei brevi ventitré anni di vita affianca agli studi universitari la composizione di saggi, racconti e poesie. Inoltre, disegna e dipinge. È l’ultimo dei quattro figli di Alberto Michelstaedter ed Emma Luzzatto Coen. Frequenta lo Staatsgymnasium senza eccellere particolarmente. All’esame di maturità dichiara di voler seguire gli studi di diritto, ma si iscrive alla facoltà di matematica dell’Università di Vienna: non frequenta però le lezioni e nell’autunno del 1905 si stabilisce a Firenze, iscrivendosi all’Istituto di Studi Superiori. Sono anni di studio e di soddisfazioni, ma anche di dispiaceri: cerca di entrare nella redazione di qualche giornale, ma pubblica solo tre articoli; si offre anche come traduttore dal tedesco e dal francese, ma senza molto successo; il fratello Gino muore a New York in circostanze non chiarite che fanno parlare di suicidio.
Nel giugno 1909 ritorna definitivamente al Gorizia.
Il giorno del compleanno della madre Emma, Carlo resta nella casa di città, tutto preso dal lavoro. Pare che i Michelstaedter usassero scambiarsi i doni e festeggiare le ricorrenze la sera della vigilia. La madre si sente dimenticata nel giorno della sua festa. Scende la collina del castello, rimprovera aspramente Carlo e il figlio reagisce con uno scatto di collera. Dopo, se ne pente. Rimasto solo, non scrive nemmeno un messaggio d’addio, con una rivoltella si spara.

Le conferenze del terzo giorno
1 – Il percorso del coltello, dalla città alla postmetropoli

Il primo incontro è stato tenuto dal professor Giovanni Fraziano. Il docente ha iniziato la sua riflessione ricordando un inconsueto evento che accadde a Venezia nel 1985: solca la laguna un enorme coltello di 22 metri dal quale scendono diversi personaggi a cui sono stati attribuiti diversi significati quali il commercio, l’architettura e la letteratura.
Strettamente connessa a Venezia e all’enorme coltello è Peggy Guggenheim. Quest’ultima è la figlia di uno delle vittime del Titanic e diventa ereditiera di 23 milioni di euro grazie a uno zio. Successivamente sposa un letterato delle avanguardie parigine. Grande appassionata di arte, si prefigge di comprare un quadro al giorno e lo fa per almeno 3 anni. Durante la Seconda guerra mondiale cerca di difendere il patrimonio portandolo negli Stati Uniti e porta con sé anche molti pittori, mettendo in moto un’ enorme migrazione. Realizza una galleria d’arte moderna e costruisce una casa a questi artisti, creando una nuova arte americana.
Alla fine degli anni 40 torna a Venezia con l’idea di rimanerci, acquista il palazzo “Venier dei leoni” e crea una collezione privata. Successivamente acquista il coltello che tanto aveva creato scandalo anni prima a Venezia.
Questo sembra esplicitare le domande contraddittorie cui è sottoposta la città contemporanea e l’architettura che la costituisce. Con allegria e ironia quest’opera rimanda alla morte dell’architettura tradizionale e ci porta a una attenta riflessione verso la città storica, di cui Venezia è emblema.

2 – Bellezza e stereotipo. Sull’arte della città

La città è un elemento fondamentale per la creazione di una comunità, di una cultura, di un’idea e di una storia; così la definisce Raffaele Milani. Per il relatore il luogo cittadino può essere rappresentato come una nave tra il mare che deve essere necessariamente governata da uomini per non farla sparire in mezzo alle onde. Milani racconta che la città può essere anche definita come un mito poiché è riproduzione dell’unione tra il fantastico e l’edificabile. Il fantastico è elemento di creatività, che porta l’uomo alla costruzione di una città mai ripetitiva e sempre unica nel suo genere; l’edificabile è, invece, la messa in atto di quel processo immaginativo che l’uomo fa per ricreare la sua identità all’interno del luogo in cui vive. Questi elementi portano all’identificazione di due tipologie di città: la prima è la città ideale e la seconda è quella reale. La città ideale può essere rappresentata solo nella pittura ed è un luogo utopico dove tutto è solo idea e niente materia; mentre la città reale è quella nella quale possiamo camminare, incontrare persone, essere attivi e vivere. Milani dice, inoltre, che la città è emblema di bellezza; essa, infatti, si manifesta come bene comune in cui l’uomo è il diretto responsabile. Il centro abitato può essere in qualunque momento modificato, ma sempre rispetto al volere e alla scelta della comunità, la quale adeguerà le modificazioni alla propria consapevolezza etica di gruppo. Il relatore ha una concezione hegeliana del centro urbano; difatti crede che ci sia un’importante relazione tra le idee e le trasformazioni del pensiero umano e la modificazione strutturale e architettonica della città; le percezioni degli uomini diventano partecipazione e attuazione reale degli edifici costruiti nella città. Con la frequente modificazione del centro urbano l’uomo, però, non riesce a individuare dei punti fissi utili per la propria identificazione, quindi crea alcuni modelli di edifici ripetitivi; questi  assumono la forma di stereotipi, cioè di modelli che definiscono stabilità e certezza, utili per una comunità sempre in divenire.

3 – Spazio urbano e cittadinanza. Dove abita la “città giusta”?

Il concetto di “città giusta”, come spiegato da Alessandra Marin, indica una grande metropoli in cui vengano rispettati la vita dei cittadini e il patrimonio ambientale, che vengono presi in considerazione  dall’urbanistica, sapere autonomo sviluppatosi a partire dalla prima rivoluzione industriale. Da fine Ottocento, infatti, con lo sviluppo delle prime città cresce l’esigenza di figure formali e caratteri che organizzino il nuovo contesto urbano. È importante che quest’ultimo sia organizzato su elementi oggettivi che soddisfino i desideri e i bisogni di ogni persona, anche quando questi non sono uguali per tutti; chi ha il potere deve garantire che le decisioni vengano prese per il bene di cittadini.
La città giusta si articola in base al rapporto tra l’urbanista e il cittadino secondo tre dimensioni possibili. Nella dimensione conservatrice l’urbanista ordina al cittadino cosa deve fare senza tenere in considerazione le sue esigenze. In questo caso non c’è alcuna forma di partecipazione. Nella dimensione progressista, invece, le proposte dell’urbanista vengono discusse insieme ai cittadini, all’amministrazione e ai tecnici. Nella dimensione libertaria, infine, l’incontro tra l’urbanista e il cittadino è visto come occasione di apprendimento reciproco. Affinché si raggiunga la “città giusta” è fondamentale che ci sia la collaborazione tra l’urbanista e il cittadino.
È anche importante che la “città giusta” sia basata sull’equità distributiva delle risorse, ovvero tutti devono poter accedere ugualmente al patrimonio, e sull’utilità collettiva affinché ci possano essere spazi pubblici in cui la collettività possa riunirsi in libertà e senza nessun tipo di segregazione. Deve quindi sussistere per tutti i cittadini il diritto alla città, la quale diventa in questo modo proiezione della società e dei bisogni delle persone superando il valore di scambio, del profitto e della rendita.

4 – Gehry e Singer: l’uso di ciò che viene disprezzato

Il quarto intervento è stato tenuto dal professor Gianfranco Guaragna a proposito di Gehry e Singer. Gehry, come i fratelli Singer, proviene da una famiglia di ebrei polacchi. Egli è sempre stato interessato alla pittura, alla scultura, all’architettura piuttosto che al mondo letterario come lo erano i fratelli Singer. Ciò nonostante, esiste un legame che allaccia il mondo creato da Gehry con l’architettura e quello creato da due fratelli con la narrativa. Le architetture realizzate evidenziano il suo grande interesse per la Pop art, della quale in un certo modo si ne è interprete in architettura. Molti nutrono sentimenti di avversione verso di lui, anche gli stessi Singer, suscitato dalla peculiarità che caratterizza il lavoro di entrambi e che in qualche modo li accomuna. Ad esempio Gehry inserisce nelle sue opere il “trash”, ma erano stati i fratelli Singer a introdurre nella letteratura yiddish argomenti “scomodi” come il sesso, i malviventi, i reietti della società.

5 – Città al futuro. Progetti per spazi accessibili, inclusivi e resilienti

La salute non consiste soltanto nell’assenza di malattia, ma in un completo stato di benessere. Secondo le due relatrici Elena Marchigiani e Sara Basso, è fondamentale che nella città, luogo che nonostante offra maggiori opportunità presenta anche disuguaglianze sociali, ci siano le condizioni spaziali adeguate a mantenere il benessere e a fare in modo che sia favorita la giustizia sociale. Chi deve disegnare gli spazi quindi deve renderli accessibili e fruibili da tutti e deve porre l’attenzione sulla sostenibilità e l’inclusione. È quindi opportuno che sia possibile spostarsi

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Resoconto sulla Summer School di Filosofia e Teoria Critica del settembre 2019
La rivoluzione urbana e la modernità.
Il problema della città tra filosofia, architettura e scienze sociali

Vittoria Montanino, Giulia Beltrame, Adele Ottaviano, Jacopo Conza

Classe 5°A del Liceo Niccolò Copernico di Udine

Nei giorni 23-24-25 Settembre 2019 abbiamo avuto il piacere di partecipare, insieme ad altri 25 studenti del Copernico e una trentina di allievi di altri licei del Friuli Venezia Giulia, al progetto “Summer School di Filosofia e Teoria Critica”, avente come tema “La rivoluzione urbana e la modernità. Il problema della città tra filosofia, architettura e scienze sociali” tenutosi al polo universitario di Gorizia. Durante la prima giornata abbiamo avuto l’occasione di seguire le lezioni introduttive ai quattro seminari ai quali abbiamo partecipato il giorno seguente, su base opzionale. Le lezioni sono state tenute dai professori Sergia Adamo, Luca Del Fabbro Machado, Giovanni Mauro, Giuseppina Scavuzzo. Le lezioni avevano come argomento, rispettivamente, “Camminare in città: strategie e tattiche creative a partire da Michel de Certeau”, “La segregazione urbana nella città moderna e il caso di Brasilia”, “Dalla città monocentrica alla città policentrica: le nuove forme dello spazio urbano” e “La “città dei matti” come laboratorio di progetto: un dialogo tra architettura e psichiatria”. Su ciascuna delle quattro lezioni abbiamo redatto una relazione di sintesi, che riportiamo qui sotto.

Giulia Beltrame e Adele Ottaviano

Lezione e seminario di Luca Del Fabbro Machado
La segregazione urbana nella città moderna e il caso di Brasilia

La lezione del professor Luca Del Fabbro Machado verteva sulla segregazione in rapporto al “diritto alla città” (H. Lefebvre) e trattava in particolare il caso della città di Brasilia.

Nelle città si può notare spesso una dicotomia tra i quartieri benestanti e i quartieri poveri, a cui corrispondono rispettivamente i concetti di “città prodotto” e “città opera”. La “città prodotto” è pensata in modo standardizzato in quanto progettata “in serie” seguendo criteri puramente razionali e il suo valore consiste nel mero valore di scambio in senso economico e commerciale. La “città opera”, invece, è simbolo della collettività ed è il risultato dell’insieme delle azioni della cittadinanza senza un particolare schema. In questo tipo di città è presente una notevole diversità, il suo valore principale riguarda il valore d’uso. Con l’aumentare della percentuale di popolazione urbana aumenta anche l’esclusione dalla partecipazione alla vita urbana e allo sviluppo democratico della città. A tal proposito Lefebvre afferma che

Escludere dall’urbano i gruppi, le classi, gli individui, equivale a escluderli dal processo di civilizzazione, se non dalla società. Il diritto alla città legittima il rifiuto a farsi escludere dalla realtà urbana da parte di un’organizzazione discriminatoria e segregativa”.

Viene quindi a delinearsi una nuova forma di segregazione detta spaziale, ossia un’occupazione separata, da parte di diversi gruppi umani, di aree spaziali collocate all’interno di determinati orizzonti geopolitici, come un’area urbana, una località, una regione, uno stato. Riportiamo da Lo spazio urbano è il terreno di contesa politica. Note sul pensiero di Henri Lefebvre, in «Il Ponte», n. 2, Febbraio 2017, una citazione che descrive molto bene il pensiero dell’intellettuale riguardo a ciò:

La città come prodotto, come merce è così rovesciata in favore di una città come opera autentica, al servizio – all’uso – di chi la abita […]. Il diritto alla città per l’autore francese è quindi diritto all’attività partecipante e alla fruizione dei beni e dei servizi collettivi contro la logica proprietaria e privata del capitalismo. La città quindi dovrebbe essere molto più simile all’opera d’arte rispetto a un prodotto della merce.

Lefebvre pensa lo spazio urbano come riappropriazione collettiva di un modo di vivere altro, proponendo l’uso e la produzione comune di esso. La città come opera d’arte non è altro che una metafora performativa per descrivere la possibilità di istituire un nuovo rapporto con lo spazio, sottratto alla subordinazione del mercato, del profitto in nome di una comune appartenenza a un comune tessuto sociale. È l’uso comune – l’adoperare comune – dello spazio che è al centro della riflessione lefebvriana. Pertanto è forse opportuno prendere le distanze da interpretazioni che recintano il concetto di diritto alla città quasi esclusivamente nel campo giuridico o nelle teorie del “governo del territorio”, associandolo a generiche istanze universalizzatrici.”

Brasilia è una città nella quale questa forma di segregazione è stata presente, in quanto voluta, già dalle origini, e quindi si presta particolarmente come esempio di studio di questo argomento.

Brasilia è stata scelta come capitale prima ancora che la città esistesse: il presidente J. Uscelino Qkubitschek aveva deciso che questa doveva essere trasferita da Rio de Janeiro. BrasiliaLa necessità di avere una capitale neutrale rispetto alle regioni e dal valore simbolico ha portato alla scelta di situarla al centro del Brasile, dove non c’era stata ancora alcuna attività di urbanizzazione. La città era ideata per ospitare 500.000 persone, principalmente tra i vertici dello Stato (l’elite dei funzionari di Stato e politici), e il piano regolatore nasceva da una visione totalizzante che non prevedeva future modifiche da parte della popolazione. L’italiano Lucio Costa vinse il concorso come pianificatore urbano mentre Oscar Niemeyer fu l’architetto capo della maggior parte degli edifici pubblici.

La capitale doveva avere un triplice significato: essa doveva essere monumento (in quanto simbolo dello Stato), parco (come spazio unitario per la fruizione della società) e condominio residenziale. L’idea di partenza di Costa era di costruire la città a forma di croce: egli afferma infatti che “Il progetto nasce dal gesto primario di qualcuno che segna un luogo per prenderne possesso: due assi che si incrociano ad angolo retto, il segno stesso della croce”. Dovendosi però adattare alla conformazione del luogo, che prevedeva la prossima costruzione di un lago artificiale, la città venne costruita a forma di aeroplano o di uccello. L’asse centrale doveva costituire il fulcro della vita cittadina e le altre strade, perpendicolari ad essa, dovevano portare alle zone residenziali. Tale pianificazione doveva favorire il raggiungimento dei servizi all’interno della città e Costa pensò, in modo lungimirante, di costruire strade larghe, in particolare l’asse centrale, per scoraggiare possibili sommosse e fenomeni di criminalità.

Brsasilia 2

Brasilia 3

Il progetto di Niemeyer, invece, prevedeva che gli appartamenti fossero situati a partire dal primo piano dell’edificio: il piano terra, infatti, doveva essere assente dando luogo ad uno spazio verde continuo e percorribile.

Brasilia 4

Per evitare la presenza degli operai, ritenuta ingombrante e inopportuna, all’interno della città durante la fase di costruzione, si decise di far alloggiare i suddetti in appositi campi ai margini della città, in luoghi chiusi e rigidamente amministrati. Il loro carattere fortemente spersonalizzante preoccupò Hannah Arendt, la quale temeva che questo modello potesse essere preso ad esempio dai regimi totalitari per sopperire ai problemi di sovrappopolazione.

Con il passare del tempo questi campi andarono allargandosi sempre più, assumendo la forma di baraccopoli. Tuttavia, siccome questo alterava la forma perfetta della città e intaccava l’idea originaria di ospitare solo le élite, le masse dei lavoratori vennero spostate a 25 km di distanza dalla città. Si formarono quindi città satellite fortemente standardizzate, totalmente sprovviste dei beni e servizi necessari per chi vi abitava: mancavano infatti acqua potabile, collegamento alla rete elettrica, rete di trasporti che collegassero al la periferia al centro, attività commerciali e ogni tipo di servizio.

Gradualmente si iniziò a costruire, in modo illegale, case non previste dal piano regolatore al limitare di Brasilia. Tali abitazioni erano solitamente ville raggruppate in complessi residenziali recintati (gated-communities); si manifestava così una volontà di segregazione volontaria. Nel frattempo anche le città satellite cominciarono a evolversi: sorsero infatti edifici non previsti dal piano regolatore che erano una copia, seppur molto più modesta, delle gated-communities presenti appena fuori Brasilia e, soprattutto, attività commerciali illegali ma positive per la popolazione in quanto non rientranti in quel modello standardizzato che risultava disumanizzante.

Conseguentemente al clima di diffidenza creatosi si cominciò progressivamente a delimitare gli spazi (dapprima con bordure costituite da bassi arbusti, poi con siepi, infine con grate metalliche); venne così a perdersi quel senso di continuità presente tra i parchi (pubblici) e le aree residenziali, che era stato fulcro del progetto urbanistico di Brasilia.

Alla fine del seminario il relatore ci ha chiesto di ipotizzare delle possibili soluzioni al problema della segregazione a Brasilia. Utilizzando alcuni libri contenenti progetti inerenti a questa o ad altre situazioni similari abbiamo avuto la possibilità di discutere a riguardo.

Diminuire la distanza delle città satellite da Brasilia, ponendo magari un bosco in mezzo per attutire il contrasto e migliorare la qualità di vita, migliorare le vie di collegamento tra la zone elitaria e l’area di più recente costruzione, condensare la popolazione in grattacieli (poco invasivi per l’immagine simbolica della città) e favorire, anche forzatamente, l’interazione tra i due gruppi, ci sono parsi i punti chiave da cui sviluppare un’alternativa all’attuale modello di città.

Jacopo Conza

Lezione e seminario di
Giovanni Mauro
Dalla città monocentrica alla città policentrica: le nuove forme dello spazio urbano

Il seminario numero tre era curato dal professore Giovanni Mauro e verteva su temi di geografia e in particolare sui processi di urbanizzazione che caratterizzano le città moderne, con qualche accenno alla formazione delle città premoderne europee.

Il professore ha subito posto l’attenzione sulla differenza tra agglomerazione e conurbazione, evidenziando le peculiarità che caratterizzano questi due fenomeni di crescita di una città: mentre nella prima un’unica città nel suo processo di crescita agglomera le aree urbane limitrofe, nella seconda due o più città si espandono lungo le strutture delle stesse e si fondando o crescono insieme.

La lezione è poi proseguita con l’esame di quello che è sembrato essere il tema più caro al professore, ovvero la spiegazione di quelle che vengono chiamate le “fasi della vita della città” (urbanizzazione; suburbanizzazione; deurbanizzazione; riurbanizzazione), quindi il modo in cui le città crescono, si popolano e, a causa di fattori antropologici ed economici, si spopolano grazie all’insediamento in comuni limitrofi al centro urbano di masse consistenti. Questo fenomeno riguarda in particolare alcune città italiane, che a partire dagli anni ottanta e novanta hanno subito un processo di deurbanizzazione.

Il professor Mauro ha poi illustrato la principale differenza tra le città europee e le città americane: le prime si strutturano secondo un modello radiale in cui da un centro specifico si sviluppa la città, le città americane si strutturano invece secondo un modello a nuclei multipli, formando un agglomerato urbano policentrico.

Infine è stato affrontato il concetto di megalopoli che il professore ha definito come un organismo urbano di livello gerarchicamente superiore rispetto alla metropoli. La singola città, come per esempio Boston, viene considerata una metropoli, ovvero una città di grandi dimensioni solitamente con più di un milione di abitanti. Per megalopoli invece si intende un’organizzazione territoriale, come per esempio la zona che va da Boston a Washington, in cui più città vicine (che possono anche essere divise da aree rurali) formano un grande agglomerato.

Vittoria Montanino

Lezione e seminario di
Giuseppina Scavuzzo
La “città dei matti” come laboratorio di progetto: un dialogo tra architettura e psichiatria

Nel quarto seminario, tenuto dalla docente del corso di architettura dell’Università di Trieste Giuseppina Scavuzzo, il filo conduttore è stato quello del manicomio Francesco Giuseppe di Gorizia.

Oggetto del primo incontro – la lezione – è stata la presentazione generale del complesso, seguita da una discussione sull’analogia tra manicomi e lager, nella quale è stata citata anche l’opinione dello scrittore ed ex internato di Auschwitz Primo Levi, e dall’analisi di quelli che erano i due modelli architettonici proposti e utilizzati nella costruzione dei manicomi, ovvero il modello austriaco e il modello italiano fascista.

Innanzitutto, l’ospedale psichiatrico è stato aperto nel 1911 a Gorizia, sul confine sloveno, ed è stato utilizzato durante gli anni anche come strumento di repressione politica, in particolare da Mussolini che rinchiudeva qui i suoi oppositori, facendo loro perdere così ogni diritto e ogni proprietà. È ricordato per aver avuto come direttore Franco Basaglia, che riuscì a migliorare le condizioni di vita dei malati, prima solo a livello regionale, dove introdusse uno stipendio per coloro che lavoravano nella colonia agricola (introdotta da Mussolini per far sì che il manicomio non pesasse sulle casse dello stato e diventasse quindi autosufficiente), dei permessi d’uscita per i pazienti e per l’abbattimento delle frontiere del manicomio stesso, e poi a livello nazionale, con la legge Basaglia del 1978, con la quale vennero eliminate le pene corporali.

Abbiamo poi concluso con un excursus riguardante le fonti dalle quali possiamo attingere per documentarci sulla storia del manicomio. Ricordo in particolare il libro fotografico Morire di classe, il programma televisivo “I Giardini di Abele” e il documentario “La favola del serpente”.

Durante il secondo incontro – con taglio seminariale – sono invece stati presentati i progetti di rigenerazione dell’ospedale psichiatrico, realizzati dagli studenti della facoltà di architettura di Trieste, che ogni anno si sono concentrati su un concetto diverso e da li hanno costruito i loro elaborati. Il primo anno il tema centrale è stato quello del limite, distinto tra limite fisico e mentale, che fa riferimento in questo caso a come, nonostante i muri del manicomio siano crollati, l’ambiente ancora non si integri con il paesaggio circostante, in parte anche a causa della vegetazione incolta e degli edifici abbandonati che lo circondano; a questo poi si aggiunge il limite mentale, dato dal fatto che il parco è ancora visto oggi come luogo di esclusione. L’obiettivo era dunque quello di lavorare sui bordi e di riuscire ad abbattere i limiti, senza però distruggere la memoria del luogo, ma tentando anzi di valorizzarla. Al secondo anno gli studenti hanno invece lavorato sul tema della soglia, ovvero sul cancello dell’ospedale psichiatrico, e alla riorganizzazione generale del parco. Tra i progetti presentati troviamo ad esempio la realizzazione di un giardino inglese decorato con padiglioni vari, la cui conformazione rimanda però alla realtà del manicomio, come nel caso della costruzione di un panottico (riferimento a M. Foucault, Sorvegliare e punire). In più bisognava donare nuova vita al villino dell’economo: uno dei progetti proposti consisteva nel ri-arredarlo seguendo i canoni della casa italiana degli anni ’30 ma sostituendo ad alcuni elementi d’arredamento tipici, quelli del manicomio, ad esempio mettendo un letto di contenzione al posto del letto classico. Al terzo anno infine, la rigenerazione ha riguardato soprattutto la colonia agricola, che può essere rimessa in funzione tramite la realizzazioni di orti urbani o di osterie a kilometro zero che sfruttino quei terreni per coltivare i loro prodotti. Un’altra proposta prevedeva invece la costruzione di padiglioni, ovviamente anche qui legati alla storia del manicomio, quali il padiglione dell’erba matta, volto all’essiccazione delle erbe aromatiche, e quello delle api. In particolare quest’ultimo rimanda al modo in cui le popolazioni italiane e slovene riuscivano a trasportare il miele da una parte all’altra del confine, dove sistemavano delle arnie piene e delle arnie vuote, cosicché fossero le api stesse a trasportarlo. nfine, Valentina Rodani ci ha illustrato il lavoro realizzato durante il workshop “L’Arcipelago di Marco Cavallo” con la supervisione e collaborazione dell’architetto Luca Merlini, a cui lei stessa ha partecipato. Sostanzialmente l’obiettivo era quello di presentare un progetto, che avesse come soggetto il parco dell’ex manicomio Francesco Giuseppe di Gorizia, lavorando sul concetto di arcipelago e enclave (città murata). Il lavoro è stato diviso in più fasi, ha compreso la ricerca di fonti d’ispirazione (tra cui il Parc de la Villette a Parigi e il progetto di rigenerazione di Berlino Ovest) e la realizzazione di una narrazione che giustificasse e supportasse il progetto stesso. Questa in particolare fa riferimento alla storia di Marco Cavallo, simbolo del movimento di liberazione dei malati mentali, che viene immaginato mentre viaggia per tutta l’Europa, di città e città, decidendo poi di prelevare da ognuna di queste un pezzo per portarlo nel parco dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Il compito degli studenti è stato quello di riuscire a creare un “collage” con le fasce di undici città (la dodicesima fascia era data dal parco stesso ed è stata soprannominata Città Mancante), e di creare poi una torre, sia fisicamente sotto forma di modellino, sia semplicemente sotto forma di disegno, i cui piani sono dati dalle lettere che formano il nome ”Marco Cavallo” che sono state scavate da quelle stesse fasce.

Il seminario si è concluso poi con una riflessione riguardante la citazione “Art, be it painting, literature or architecture, is the remaining shell of thought”, che esprime al meglio il collegamento tra l’arte, in questo caso l’architettura, e il concetto che sta dietro di lei e dal quale essa si sviluppa.

Il laboratorio itinerante di Massimo De Bortoli

Nel pomeriggio del secondo giorno abbiamo potuto scegliere se partecipare al laboratorio di cinema “Il ritmo (visivo) della città. Modernità e visione nelle sinfonie urbane degli anni Venti” tenuto da Paolo Villa – laureato in Storia dell’arte e dottorando con un progetto sul film sull’arte del dopoguerra – oppure al Seminario Itinerante “Michelstaedter . Il filosofo e la città. La Gorizia di Carlo Michelstaedter” tenuto da Massimo De Bortoli, docente di Filosofia e Storia al Liceo “Le Filandiere” di San Vito al Tagliamento e collaboratore territoriale della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari .

Noi studenti della 5°A abbiamo utti optato per la seconda attività, grazie alla quale abbiamo potuto visitare i luoghi simbolo dell’intellettuale goriziano, quali via Rastello (dove è presente la statua di Carlo Michelstaedter), piazza Vittoria (dove si trovano la casa natale e la soffitta di N. Paternolli), la Biblioteca Statale Isontina (già Staatsgymnasium, il liceo frequentato dal filosofo), e il Ghetto ebraico (luogo di provenienza della famiglia) con la Sinagoga e la saletta del museo dedicata alla figura di Michelstaedter.

Le conferenze del mercoledì

Il terzo giorno è stato dedicato agli interventi di Giovanni Fraziano, Raffaele Milani , Alessandra Marin, Gianfranco Guaragna, Elena Marchigiani e Sara Basso. I docenti rispettivamente presentato le conferenze: “Il percorso del coltello, dalla città alla postmetropoli”, “Bellezza e stereotipo. Sull’arte della città”, “Spazio urbano e cittadinanza. Dove abita la città “giusta”?”, “Gehry e Singer: L’uso di ciò che viene disprezzato” e “Città al futuro. Progetti per spazi accessibili, inclusivi e resilienti”.

In generale, il campus è stato costruttivo e interessante, nonostante i temi trattati nelle conferenze alle quali abbiamo partecipato siano stati affrontati con un taglio meno filosofico e più multidisciplinare di quanto ci aspettassimo. Abbiamo comunque avuto modo di cogliere elementi di interesse filosofico, soprattutto in ambito etico-sociale.

È un’attività che consigliamo caldamente agli allievi che nutrono interesse per la filosofia o per l’argomento approfondito, che permette, come nel nostro caso, di terminare l’esperienza arricchiti.