Pordenonelegge. Ambiente e globalizzazione

14-09-17 17:00 - 14-09-17 18:00
Pordenone, PN, Italia Pordenone, PN, Italia

Giovedì 14 Settembre 2017 alle ore 17

Incontro con Vandana Shiva. Presenta Massimo De Bortoli

Vandana Shiva è una scienziata ambientalista nota in tutto il mondo, tra gli esponenti di spicco del movimento democratico globale. In questo libro, Shiva fa il punto su quelle battaglie che anche grazie al suo contributo hanno assunto un rilievo internazionale – la lotta contro la privatizzazione delle risorse naturali, i brevetti sul vivente e l’impiego di organismi geneticamente modificati in agricoltura e nella produzione alimentare riconducendole a un progetto politico, economico e culturale di democratizzazione della globalità.

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  • 18-09-15 21:00 - 18-09-15 22:00
    Presso il  Ridotto del Teatro Verdi, nell'ambito di pordenonelegge Presentazione del libro di Beatrice Bonato, Sospendere la competizione. Un esercizio etico, Mimesis 2015 Eliana Villata presenta l'incontro con Beatrice Bonato che discuterà del suo libro con Damiano Cantone Beatrice Bonato, Sospendere la competizione. Un esercizio etico, Prefazione di Pier Aldo Rovatti, Mimesis, Milano-Udine 2015

    librobonatoLa fede nella competizione riveste un ruolo fondamentale nel sistema di valori e nel modello antropologico oggi dominanti. Questo saggio cerca di indagare le radici del fascino con cui il paradigma competitivo ci cattura, di portarne alla luce le stratificazioni eterogenee, di ricostruirne una genealogia filosofica oltre che economica. L’analisi non è neutra: suggerisce uno spostamento, una sospensione della competizione come necessaria correzione di rotta per il nostro modo di pensare e di vivere. Un esercizio etico volto a disegnare spazi di esperienza e pratiche sociali diverse dalle gare, ma anche a riconoscere quelle già esistenti.

      La recensione di Eliana Villalta Appena uscito in libreria, Sospendere la competizione è uno studio di ampio respiro, in cui confluiscono in parte alcune delle ricerche precedenti dell’autrice, arricchite dal civile e rigoroso confronto con un’ampia bibliografia recente e meno recente sull’argomento. Il libro dialoga in modi diversi anche con alcuni degli autori presenti in questa edizione di pordenonelegge, ad esempio Roger Abravanel e Jean-Luc Nancy. Parto dal titolo, dove campeggia evidentemente il tema della competizione, assunto come problema, a indicare il nucleo di un paradigma politico e culturale oggi dominante, ben più esteso della discorsività economica. Il modello competitivo poggia su una concezione antropologica antica e tuttavia ridisegnata in forma più ingenua e inquietante. È noto che alcune autorevoli voci si spingono a considerarlo quasi come una nuova religione, una fede almeno, nota sotto l’etichetta di neoliberalismo. La competizione, come mostra Beatrice Bonato, è onnipervasiva, si estende ben oltre la competizione economica e il mercato, fino a plasmare la nostra quotidianità e soggettività e senza che ce ne accorgiamo; molto rapidamente produce forme di asservimento, di svuotamento del vivere democratico. Siamo messi in competizione, in forme il più delle volte distruttive, con gli altri e con noi stessi, non solo nella sfera professionale, bensì ogni volta che scegliamo come parlare, come stare con gli altri, come guardare ai nostri figli, ai nostri affetti, ma anche che cosa mangiare, come vestirci e così via. Il problema dunque non è tanto che l’inevitabile fatica del vivere sia enormemente accresciuta, ma che l’umanità sia schiacciata da questo nuovo imperativo, COMPETI!, che conforma a sé il nostro sentire e i nostri modi di stare al mondo, presentando la vita stessa come una incessante gara. Beatrice Bonato, tramite una puntuale analisi di una vasta letteratura, non solo filosofica e sociologica, con la quale entra in dialogo critico, descrive le origini culturali, la portata concettuale, le numerose aporie e i paradossi generati dal comando a competere, non mancando di illustrarne le manifestazioni più pregnanti e pericolose nell’ambito della sanità, dell’educazione e, naturalmente, del potente universo sportivo. Una parte del testo sviluppa, ad esempio, la questione della meritocrazia, della misurazione e della valutazione, nelle aziende, nella scuola pensata come azienda, ma in generale secondo un paradigma agonistico e sportivo abbastanza manifesto, palese. L’analisi ne mostra le ambiguità, ma anche gli effetti etici e politici. Il sottotitolo del libro, “un esercizio etico”, porta alla luce sia questa discussione critica, come aspetto peculiare di un’etica del pensiero, sia la proposta in cui si sostanzia infine il lavoro. Il titolo inizia, infatti, con il verbo sospendere: strano tipo di azione o attività inoperosa, in un certo senso, che porta in campo, accanto all’esercizio critico magistralmente condotto sul comando del competere, un altro tipo di esercizio, eticamente qualificato nell’agire individuale e comune. L’esercizio della sospensione richiama l’epochè husserliana, come Bonato non manca di chiarire, e come sottolinea puntualmente Pier Aldo Rovatti nell’introduzione, ma è subito chiaro - com’è chiaro nella scrittura e nel pensiero l’intero volume – il fatto che non si tratti semplicemente di un ritorno alla fenomenologia, perché la sospensione assume la forma di una pratica, di un esercizio appunto, di una proposta etica e non precipuamente teoretica. In che cosa può tradursi questa etica? Mi pare di poter affermare che l’esercizio di sospensione della competizione, non prometta tanto di alleggerire la fatica del vivere, quanto di reintrodurre possibilità umane fondamentali, teoricamente e praticamente scartate dal paradigma ideologico dominante. In un certo senso, allora, la sospensione più che consistere in una fuga o un’azione sedativa, può avere la funzione di riaccendere nuove forme di entusiasmo, di aprire spazi di relazione, di libertà, di bellezza che, oggi, sembrano sempre più marginali. Perché non dire che la sospensione riapre al gioco, come hanno fatto alcuni, che hanno voluto neutralizzare la critica accusandola di inanità, escludendo ogni proposta di forme di vita alternative? Non è così semplice. Non tutti i giochi sono agonistici, è vero. Bonato dedica una parte importante del suo libro a quest’attività antropologicamente e culturalmente fondamentale, illustrandone le forme agonistiche, competitive, ma richiamando anche continuamente alla memoria l’esistenza di giochi non agonistici, nel corso di una disamina profonda dei molteplici significati di queste attività umane. Anche qui c’è un importante riferimento al lavoro di Rovatti, di cui Beatrice è stata allieva all’Università di Trieste, tuttavia è notevole l’ottica nuova in cui esso viene sviluppato in questo contesto problematico. Bisogna essere molto attenti. Le puntualizzazioni presenti nel capitolo non hanno niente a che vedere con la deriva ludica e d’intrattenimento, di sgravio totale, che la richiesta compulsiva di dare a tutte le attività umane un carattere divertente assume oggi. Forse quest’attesa di leggerezza, o meglio di esonero, evidente specialmente nell’apprendimento, è la compensazione del carattere agonistico e “meritocratico”assunto dalle agenzie pedagogiche. Il gioco dà piacere nel suo essere molto serio, nel richiedere impegno e attenzione – lo dimostrano i bambini che imparano a diventare umani – ma può essere un esercizio in cui si tessono le nostre attività, le nostre relazioni, oltre la gara e la competizione. Come insegna Wittgenstein, gioco è anche forma di vita, appunto. Qui troviamo un altro punto importante del libro, il venir meno delle differenze fra le età della vita: come si è chiamati a competere e a essere valutati durante tutta la vita, così ci si aspetta a ogni età una sorta di diritto al divertimento, alla semplificazione, a un’infantilizzazione che è ben lontana dalla specificità dell’infanzia. Questa caratteristica del nostro tempo si traduce nel permanere in uno stato di minorità, quindi di obbedienza, con tutte le conseguenze politiche che si possono immaginare. I dispositivi tecnici assumono anche questa funzione di sgravio e sottomissione. Il gioco non è solo competizione, ma non va confuso con il divertimento. La sospensione qui si lega piuttosto a quel particolare modo di concepire l’azione che si rivela come arte del donare, un agire generoso, dunque, in cui non ci sono vincitori o vinti, ma un sapersi dare e un saper ricevere che, appunto, mettono in gioco un legame non calcolabile e non competitivo fra gli esseri umani e perciò un diverso modo di pensare la politica insieme all’etica. L’esercizio etico non si declina quindi come un gioco, ma all’interno di un’idea della prassi assai pregnante, rielaborata sulla scorta di importanti filosofie del Novecento, come quella di Foucault, ad esempio. Un punto chiave, in questa sospensione, è una raccomandazione sulla pazienza, su un agire secondo tempi e modi che non sono quelli del mercato o delle nuove tecnologie. L'intervento di Damiano Cantone C’è una cosa che voglio dire subito all'inizio di questo dibattito. Quello di Beatrice Bonato è un autentico testo di filosofia, come non se fanno molti. Cosa intendo con questa frase sibillina? Intendo che in questo libro, finalmente, fa quello che la filosofia dovrebbe fare: vedere qualcosa di problematico là dove nessuno vede problemi, mettere in discussione i fondamenti del senso comune, spostare il nostro sguardo per farci vedere qualcosa che se ne stava nell’ombra e agiva di conseguenza. Non si limita al commento, alla chiosa, all’ermeneutica, contiene una tesi forte, esplosiva, e la difende e la argomenta in modo coerente. La tesi è espressa in modo chiaro la prima riga del testo: “nella costellazione concettuale che chiamiamo neoliberismo, la nozione di competizione riveste una posizione significativa, forse fondamentale” e poi più sotto “il paradigma competitivo non è soltanto indesiderabile sul piano etico e politico, ma anche assai riduttivo nei suoi presupposti filosofici”. Dunque le sue fallacie non si verificano solo quando passo ad applicarlo, come se insomma fosse una sorta di ideale irraggiungibile ma auspicabile Il paradigma della competizione non funziona nella sua stessa formulazione teorica. E questo è il primo momento di sconcerto. Nessuno di noi è così ingenuo da pensare che la competizione sociale sia intrinsecamente “buona”, giusta e desiderabile. Ma quasi tutti pensiamo che potrebbe esserlo. Come possiamo infatti premiare il merito, valutare le competenze, migliorare senza competere? Senza un gioco regolato da regole certe e improntato al far play all’interno del quale ciascuno viene valutato per quello che vale e ottiene quello che merita? Tutte le politiche attuali, da quelle macro, come per esempio la riforma della scuola a quelle micro che possono riguardare la nostra vita quotidiana di tutti i giorni sono guidate da questo mantra: bisogna selezionare i migliori, premiare i meriti, favorire la sana competizione. Beatrice Bonato fa notare che questa posizione non è così granitica, che qualche sospetto o qualche voce dissidente comunque si leva, ma sottolinea anche come nessuno si sia spinto fino a teorizzare la negatività di questo paradigma, la sua pericolosità teorica oltre che pratica. In quali termini? Ne specificherò alcuni. Innanzitutto al fondo di questo paradigma rimane presupposta un’idea antropologica di natura hobbesiana, l’homo homini lupus, ovvero un essere essenzialmente individualista e posto dalla natura in competizione con i propri simili. È evidente che se la competizione è un dato naturale diventa indiscutibile, ineliminabile e l’unica cosa che rimane da fare è rendere questo dato il più regolato, onesto e meritocratico possibile. Ci sarà una buona competizione e una disonesta, ma non si potrà mai, come invece invita a fare Bonato, sospendere la competizione. Questo ovviamente vale anche nella vita politica delle persone, laddove il massimo che ci si può augurare è che le regole funzionino e garantiscano a tutti la possibilità di mettersi in gioco con le stesse possibilità. C’è in questo chiaramente un’eco sportiva, una componente agonica ineliminabile e presupposta genetica della società, come aveva già intuito Ortega y Gasset nel suo saggio sull’Origine sportiva dello stato nel 1924.  Le regole del gioco sono la cornice della democrazia, all’interno della quale ciascuno compete, si auto-migliora, mette alla prova se stesso, in un inesausto esercizio di sé, e qui il riferimento a Sloterdjik è evidente nonché esplicito nel testo di Bonato. È un esercizio funambolico, senza rete di salvataggio che possa attutire la caduta. E qui veniamo a un altro snodo molto acuto del libro, ovvero laddove si mostra come ci sia uno stretto legame, sebbene non un’identità, tra la misurazione (intesa in larga misura come auto-misurazione, auto-valutazione) e la competizione. Sappiamo come sempre più si spinga verso pratiche di autovalutazione e quelle che sono le sue attività corollarie quelle di self improvement, ovvero il miglioramento di sé continuo (il long life learning) dei quaderni bianchi europei sullo sviluppo e l’educazione. La misurazione mi mette di fronte al fatto brutale che “non siamo tutti uguali”, che ci sono delle differenze individuali che si tradurranno in disuguaglianze di performance, di resa, e che quindi verranno valutate – e selezionate – dal mercato (economico, del lavoro, degli affetti). La metafora del mercato è sicuramente la più potente e omnipervasiva oggi.  Dunque possiamo dire che la comparazione è il momento preliminare della competizione, un sano bagno di realtà o di realismo che mi dice subito in che categoria potrò competere e in quale invece finirei per essere inevitabilmente sconfitto. Qui la scuola ha un ruolo molto importante: con una provocazione, mi verrebbe da dire il ruolo dell’utile idiota dell’ideologia della competizione. Per cui la sua funzione non è in primis quella, un po’ democristiana del passato, ovvero formare buoni cittadini, competenti anche dal punto di vista umano oltre che professionale, ma diventa essenzialmente valutativa, certificativa. Si valutano le competenze disciplinari, quelle trasversali, si misurano le performance secondo indicatori sempre più puntuali, con lo scopo di fornire la miglior formazione possibile per competere nella vita, nel lavoro, economicamente. Così ecco che anche le stesse scuole vengono valutate in base a rating stabiliti in base ai successi dei loro allievi, e dunque anche esse sono in competizione fra loro, e addirittura gli stessi insegnanti all’interno di un stessa scuola. Si vede come da un punto di vista della competizione il famoso gnozi seauton, conosci te stesso, assume una declinazione quasi beffarda, che ribalta il senso socratico della comprensione autentica e fondamentalmente  mai raggiunta della propria essenza, per tradursi in una serie di dati misurabili e perfettibili, tabelle, zone di sviluppo e potenziali da esprimere che – come nota acutamente Bonato - avranno anche di mira il potenziamento della performance vera e propria ma di certo non la felicità dell’individuo, né il miglioramento generale della giustizia o della dignità umana. Cosa c’è dunque in gioco in una forma di competizione di questo tipo? Di nuovo, non solo la nostra esistenza pratica, pur importantissima, né solo le politiche e i poteri che concretamente la governano. A essere in gioco è la definizione stessa di vita, un concetto importantissimo quanto ambiguo sul quale si impernia la maggior parte delle pratiche etiche della contemporaneità. Dalla medicina, al diritto, alla scuola – oggetto di un interessatissimo capitolo del libro – c’è oggi, direi, quasi una corsa a tentare di definire che cos’è la vita, a impadronirsi di questo concetto. Non per nulla quello di biopolitica è uno dei termini, coniato da Foucault nel 1978, che negli ultimi tempi è stato più usato dai filosofi e dai politologi per indicare da una parte la gestione del corpo umano nella società dell’economia capitalista, la sua utilizzazione e il suo controllo, e dall’altra la gestione dell’uomo come specie, base di processi biologici da controllare e indirizzare. La competizione dunque, lungi dall’essere un dato naturale, è una ben precisa antropotecnica, un progetto di gestione dell’umano. E, come dice Bonato nel capitolo che si intitola “Misure e contromisure”, «Alla base dell’incitamento alla competizione si pone un progetto di controllo e di riduzione, piuttosto che di allargamento, delle libertà tradizionalmente associate al modello della società liberale. Un progetto di monopolio, o quantomeno, di divisione del mercato – nel senso più ampio possibile del termine – tra pochi soggetti dotati di adeguata potenza economica e tecnologica per fronteggiarsi» (p. 127). Ecco il punto conclusivo: l’idea di competizione maschera il suo esatto, osceno, opposto: ovvero una volontà di controllo, conservativa, che vuole semplicemente mantenere le strutture economiche di potere nello stato in cui sono. Porre il problema della validità etica della competizione individuale significa porre un problema di libertà e di giustizia, poiché la competizione, lungi dall’essere un fair play, è un gioco che è truccato fin dalla sua stessa concezione. Nella parte finale Bonato individua però delle possibili “sospensioni della competizione”, delle zone minime di libertà, degli spazi etici nei quali fuggire a questi elementi costrittivi. È questa la parte del testo che certamente rimane più aperta a una possibile discussione.      
  • 20-09-15 18:30 - 20-09-15 19:30
    Presso Palazzo Badini nell'ambito di pordenonelegge Presentazione del Quaderno di “Edizione” 2014 Le voci del corpo, Mimesis 2015 Interventi di Beatrice BonatoDaniela FloriduzCaudia FurlanettoFrancesco StoppaClaudio Tondo, Roberto Cescon, Patrizia D'Agostino, Cristina Di Fusco, Marco Durigon,  Diego Kriscak, Silvia Pellegrini, Stefano Stefanel, Eliana Villalta  Le voci del corpo, a cura di Claudia Furlanetto e Claudio Tondo, Mimesis, Milano-Udine 2015. Il libro propone una serie di spunti per una riflessione sul tema del corpo cercando di articolare insieme più punti di vista che attraversano varie discipline: dalla filosofia all'arte, dalla letteratura alla psicoanalisi, dallo sport all'approccio sinestesico all'esperienza dei non vedenti, lambendo campi del sapere per lo più sconosciuti, come la vibroacustica. Il volume è nato da una collaborazione tra il Liceo Leopardi-Majorana e la Società Filosofica Italiana, sez. Friuli Venezia Giulia.   Il peso del corpo di  Beatrice Bonato Le voci del corpo, ultimo volume dei Quaderni di “Edizione”, a cura di Claudia Furlanetto e Claudio Tondo, nasce dalla collaborazione tra il Liceo Leopardi-Majorana di Pordenone e la Sezione FVG della Società Filosofica Italiana. Presentato per la prima volta nel maggio scorso a vicino/lontano dai curatori e dallo psicoanalista Alberto Zino, viene riproposto il 20 settembre a pordenonelegge, con interventi degli autori Daniela Floriduz, Francesco Stoppa, Claudia Furlanetto, Claudio Tondo, e di Beatrice Bonato. I dodici contributi  che  compongono il volume si fanno apprezzare non solo per il rigoroso lavoro compiuto  da ciascun autore, ma anche per le molteplici risonanze che rinviano dall’uno all’altro, creando una complessa polifonia. Il filo conduttore più immediatamente riconoscibile è offerto da un’interessante riflessione estesiologica, arricchita da ampi riferimenti a studi scientifici, a molteplici campi disciplinari, a pratiche di solito poco frequentate dalla filosofia. Il testo di Daniela Floriduz “Non solo buio. La sensazione del colore nei ciechi primari”, ad esempio, ha per tema un’esperienza di confine e in un certo modo paradossale, se si considera il legame in apparenza indissolubile tra colore e visione. Claudia Furlanetto commenta alcune opere del pittore Lucian Freud, alla ricerca dello sguardo che manca mentre al suo posto si impone la gravità del corpo, resa con un perturbante effetto tattile nelle figure denudate, abbandonate dal desiderio, chiuse alla relazione. L’articolo di Diego Kriscak, su alcune innovative tecniche vibroacustiche, ha alla base l’ipotesi che il suono non sia percepito solo attraverso l’udito, ma anche attraverso gli organi interni del corpo. Questo non è tuttavia l’unico livello di lettura della raccolta. Il volume spazia infatti anche su altre tematiche, come quella, centrale ed attualissima, dello sport, nei saggi di Claudio Tondo e di Stefano Stefanel; convoca in modo significativo la psicoanalisi, nel saggio già citato di Furlanetto e soprattutto in quello di Francesco Stoppa, dove si può trovare una ricostruzione limpida delle teorie lacaniane sul corpo. Molti dei contributi, dicevamo, si muovono in modo più o meno esplicito sul crinale tra più modalità sensoriali. Il carattere sinestesico della percezione assume una specifica valenza fenomenologica, ma suggerisce anche inedite aperture ontologiche. Il transito e la mescolanza da un senso all’altro anticipano, in altre parole, il passaggio dal sensibile al non sensibile, dai sensi al “senso”. Ora, passaggio non significa coincidenza, e neppure, forse, armonia e continuità. Con accenti diversi, gli autori esplorano, infatti, il differire del corpo da se stesso che l’esperienza sensibile testimonia. Per dirlo in forma molto concisa, è vero che ciascuno di noi è il proprio corpo, ma certamente la cosa non va da sé. Lo siamo, sì, non siamo nient’altro – ma questo niente si vive come uno scarto, una non coincidenza, spesso un disagio. Due saggi di argomento letterario, quelli di Roberto Cescon e di Marco Durigon, mostrano la frequenza  di una tale dissociazione. Il primo, sul corpo nella poesia italiana del Novecento, apre con una notazione introduttiva dal sapore programmatico: «a una maggiore disgregazione dell’identità [...] corrisponde una maggiore attenzione per il corpo, spesso sezionato, deformato o ibridato» (p. 145). È un’osservazione che potrebbe valere anche per altre forme espressive e per una serie di odierni discorsi sul corpo. Il corpo in primo piano, oggetto della cura estetica e di un modellamento sempre più spinto segnala non un felice rapporto con il proprio corpo, ma forse un disagio del soggetto, un dissidio tra  il sé e il corpo. Se questo fenomeno si è acuito nel nostro tempo, il nostro tempo non ne ha però l’esclusiva. Il mondo latino sa bene di che cosa si tratta. In un saggio dotto e avvincente, che offrirebbe tra l’altro ottimi argomenti a favore dello studio della letteratura latina, Marco Durigon cita un epigramma di Marziale. I versi sono rivolti a una matrona che, per nascondere le devastazioni dell’età, esagera con il trucco: «Galla, te ne stai a casa, e intanto nel mezzo della Subura tu vieni adornata e si prepara per te la chioma che ti manca, di notte deponi i denti allo stesso modo di un abito di seta, giaci riposta in cento vasetti e la tua faccia non dorme insieme con te» (p. 172). Il volto stesso, di solito sottratto alle vicende inquietanti del resto del corpo,  si divide qui totalmente dal sé, dalla persona. Quest’immagine della faccia scomposta e deposta nei vasetti del trucco, separata di notte dalla sua proprietaria addormentata, è assolutamente straordinaria. Cosa ci colpisce? Certo la frammentazione della persona, e insieme un denudamento inconfessabile, in cui il volto stesso cade al livello dell’informe. Della carne, potremmo anche dire, introducendo così una parola che ricorre più volte in altre pagine del Quaderno. Vale la pena leggere il seguito dell’epigramma, mettendone tra parentesi il brutale sessismo, per  trovare congiunte  paradossali sinestesie ed evocazioni oniriche di oggetti parziali: «Hai un bel promettermi montagne di delizie: il mio pene è sordo, e benché sia guercio tuttavia ti vede bene» (ibid.). Dire che non siamo nient’altro che il nostro corpo sottintende una messa fuori gioco, quasi scontata, del vecchio dualismo. Nessuno o quasi può dirsi oggi in senso stretto cartesiano, considerato il tramonto delle metafisiche dualistiche e l’avvento del paradigma delle neuroscienze. Questa è dunque la comune base di partenza dei testi. Detto ciò si notano, nei diversi articoli, almeno due differenti inclinazioni. Le voci si spartiscono evidenziando anche alcune dissonanze interessanti, che costituiscono un pregio del volume. Vedo dunque da un lato un’inclinazione verso l’immanenza del linguaggio, della soggettività e dell’intersoggettività al corpo, verso una sorta di fecondità del corpo in quanto luogo sorgivo del senso – il senso “spirituale” -  e insieme verso un  movimento di ritorno del senso al mondo del corpo. Così Patrizia D’Agostino (“Quando il corpo si fa lingua”) si sofferma in modo “gustoso”, è il caso di dirlo, sulla carnalità della lingua di Rabelais, con l’appoggio della filosofia materialistica del linguaggio di Jean-Jacques Lecercle.  E Cristina Di Fusco si fa guidare, nella sua riflessione sui comportamenti giovanili intitolata “I corpi vanno a scuola”, dal pensiero di Merleau-Ponty, il filosofo che si è spinto più avanti verso un pensiero del contatto e della reversibilità tra la “carne” e lo “spirito”: «Merleau-Ponty ci ha mostrato [...] come la nostra esistenza in quanto soggettività faccia tutt’uno con la nostra esistenza come corpo e con l’esistenza del mondo» (p. 200). Se dunque il corpo è il luogo di un’esperienza ambigua, instabile, di passaggio e transito tra modi di essere che si presentano l’uno come il rovescio dell’altro, questa ambiguità non comporta però separazione: «La distanza, lo spessore di carne non è perciò ostacolo ma mezzo di comunicazione e proprio il corpo può condurci alle cose stesse, inaccessibili a un soggetto di sorvolo» (p. 204). Alla fine dell’articolo, questo motivo fenomenologico e ontologico è integrato da Di Fusco con un riferimento alla potenza, nel senso spinoziano del concetto. Sulla scia di Spinoza, la mente compare come pensiero di un corpo potente, attivo, potenziato dalla riflessione, dal rapporto con se stesso, con il mondo, con l’altro. Altri testi mi pare inclinino piuttosto verso la non coincidenza, scavando nello scarto irriducibile evocato dalla stessa idea di un “rapporto” con il corpo. Parlano soprattutto la lingua della differenza. Colgo una tale inclinazione per il differire nel saggio di Eliana Villalta, dedicato al gusto, ampio e ricco percorso volto a inseguire qualcosa che in effetti sfugge sempre, persino al raffinato pensiero kantiano. In un breve saggio di Agamben, “Gusto”, si può rintracciare una lettura in una certa misura analoga. Il gusto è da una parte il senso più difficile da tradurre in linguaggio, da comunicare, il più singolare. Eppure Kant chiama con questo nome proprio la comunicabilità, l’essenza della convivialità umana. A prezzo di escluderne proprio ciò che richiama il gusto sensibile, e la contiguità “inconfessabile”, tra mangiare e parlare. Forse, mi sembra voglia dire Villalta, questa radice individuale eppure condivisibile non può che sfuggire, e deve essere lasciata sfuggire. Deve essere mantenuta nel suo segreto. Esattamente il contrario di quanto accade quando se ne fa spettacolo, come nelle gare di masterchef che oggi hanno grande successo di pubblico. Del gusto non si riesce a parlare se non attraverso spostamenti, per metafore, in linguaggio traslato. Non si può propriamente dire, né dire propriamente. E nonostante la nota etimologia che lega il sapere al sapore, non c’è, come ricorda Agamben, un sapere di questo piacere, mentre il piacere di questo sapere resta, nonostante le assicurazioni kantiane, alquanto enigmatico. Il linguaggio e le parole non sono mai senza corpo e presuppongono sempre più corpi. Corpi insieme separati e comunicanti attraverso un mezzo corporeo. Merleau-Ponty resta sullo sfondo; ma non è la carne il nome di  questo essere in comune nella divisione; non c’è niente di più dei corpi e dei loro confini a spiegare il contatto. Si condivide il confine, la singolarità. Il gusto, il sentimento della vita, resta indicibile. Per questo motivo “il gusto degli altri” – titolo di un bel film di Agnès Jaoui - è proprio quello che di loro non capiamo; è il loro godimento segreto, sempre eccessivo oppure disturbante. L’indice dell’alterità nella sua radice più profonda, come ha visto bene Žižek. Non è solo una questione di distinzione, nel senso di Bourdieu: nel gusto si trova forse l’ombelico del soggetto individuale in quanto è marcato nel corpo dal significante. Coerentemente, dunque, il saggio di Villalta si conclude così: «Diversamente dalla modernità [...] un pensiero del corpo dovrebbe impegnarsi non a riscattare la corporeità, ma a rimetterla in questione» (p. 100). Anche perché «“il gusto” nelle sue eterogeneità [...] non è mai dato, come in una rappresentazione, ma va sempre trovato, inventato. Come il “corpo”? Discorsi bastardi. Invenzioni che accadono tra noi e ci trascendono sempre» (Ibid.). Discorsi “bastardi” certo, e tuttavia forse più prossimi all’esperienza sensibile e alla cura di sé di quelli correnti, nei quali l’attenzione al corpo si declina in termini di fitness, di “forma perfetta”, di salutismo oltranzista, di giovanilismo, di modelli estetici e cosmetici omologanti. Su questa presa di distanza dal mainstream i diversi contributi del volume tornano in effetti a convergere: E anche il saggio di Claudio Tondo, “Il corpo performante dell’atleta”, benché non nasconda il fascino per lo sport, avanguardia dello human enhancement, ci avverte che la tensione al superamento postumano dei limiti corporei non va nel senso della coincidenza, ma semmai di una inedita dissociazione tra sé e il corpo. In qualche modo, verso una nuova forma di dualismo, mossa da una formidabile volontà di padronanza. E allora viene in luce una certa somiglianza tra il cerone della matrona romana sbeffeggiata da Marziale, e le protesi sempre più sofisticate che potenziano le performance del corpo.    
  • 14-09-16 10:30 - 14-09-16 12:00
    Eventi a cura della Sezione FVG a pordenonelegge  2016

    In collaborazione con il Dipartimento di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Udine e l'Associazione Laureati in Lingue (ALL) e la Rete regionale per la Filosofia e gli Studi umanistici.

    Presentazione dei lavori del Liceo Leopardi-Majorana e del Liceo Le Filandiere del testo di Riane Eisler La vera ricchezza delle nazioni. Creare un'economia di cura di Riane Eisler (Forum, Udine 2015).

    Interventi di ANTONELLA RIEM e ANGELO VIANELLO. Presenta CLAUDIA FURLANETTO

    Riane Eisler ricchezza nazioniGli studenti di due Licei della provincia di Pordenone leggono brani del testo di Riane Eisler e intervengono sulle principali questioni poste da esso e da altri testi dell’autrice insieme ai relatori. Le letture si snoderanno anche attraverso altri testi della studiosa statunitense, a creare una cornice entro la quale si svilupperanno le loro attività durante tutto l’anno scolastico. L'opera mette a fuoco l'economia di cura, come prendersi cura di sé, degli altri e dell'ambiente, essenziali per promuovere una ricchezza che conduca a culture e società più pacifiche, sostenibili e giuste. Eisler ci pone di fronte a una visione innovativa del vivere insieme, delineando un nuovo sistema che sviluppi rapporti di partnership anziché di dominio. L'opera ha evidenti valenze di carattere educativo e chiama ad un impegno individuale e comune che non può lasciare indifferente la società tutta, ma in particolare il mondo della scuola.

    Ridotto del teatro Verdi, 14 settembre 2016 ore 10,30

     
  • 18-09-16 15:30 - 18-09-16 16:30
    Presentazione del libro a cura di Matteo Bellumori, Andrea Sartini e Alberto Zino (ETS, Pisa 2016). In collaborazione con il Movimento per la libertà della psicanalisi e l'Associazione Psicanalisi Critica. Interventi di ALBERTO ZINO e ANDREA SARTINI. Presenta CLAUDIA FURLANETTO

    Più voci si interrogano a partire da riflessioni, domande e pensieri di tre grandi autori, Derrida, Blanchot e Kafka per riversare sulle pratiche della filosofia e della psicanalisi i loro effetti critici e formativi, producendo una sorta di spaesamento che orienta non chiudendo gli orizzonti, non offrendo alibi (Derrida) e lasciando aperto il “fuori” del pensiero (Blanchot), che è anche imperscrutabilità dell'anima (Kafka). Il volume raccoglie gli atti di tre seminari organizzati dall'associazione Psicanalisi Critica di Firenze tra il 2011 e il 2014.

    Palazzo Badini, 18 settembre 2016 ore 15.30

       
  • 16-09-17 17:00 - 16-09-17 18:00

    La Sezione FVG partecipa anche quest’anno a Pordenonelegge, festival del libro con gli autori. Due gli appuntamenti in programma

    Pordenone, Sabato 16 settembre 2017, ore 17  ex  Convento di San Francesco

    OLTRE IL PENSIERO CATASTROFICO. DALL’ENTROPOCENE ALLA NEGANTROPOLOGIA  Dialogo tra BERNARD STIEGLERPAOLO VIGNOLA e SARA BARANZONI

    Invece di Antropocene, Bernard Stiegler preferisce parlare di Entropocene, ossia l’era dominata dal carattere entropico dell’agire umano. Egli propone un ripensamento radicale dell’antropologia, in cui il rapporto tra corpi, attività noetica e tecnologia (eso-somatizzazione) descrive l’anthropos come un continuo processo d’individuazione. Non la denuncia di una catastrofe, ma l’invito a riformulare il rapporto con la tecnica che, prodotta dall’uomo, dall’uomo deve essere governata.

    [caption id="attachment_3205" align="aligncenter" width="532"]stiegler Bernard Stiegler[/caption]

  • 16-09-17 19:00 - 16-09-17 20:00

    Sabato 16 settembre, ore 19   Ridotto del Teatro Verdi Pordenone

    LA TRASPARENZA E IL SEGRETO Con ANDREA TAGLIAPIETRA e ENRICO PETRIS. Presenta ELIANA VILLALTA

    Presentazione dell’ultimo Quaderno di Edizione a cura di Beatrice Bonato, Mimesis, Milano-Udine 2017.

    I testi raccolti in quest’ultimo Quaderno di Edizione affrontano due temi speculari che ossessionano il nostro tempo. L’imperativo della trasparenza, con la sua ambiguità, e quello, non meno problematico, del segreto. Diversi punti di vista, filosofici e storici, attraversano in molti modi anche il tema del potere. Fra l’utopia, a volte sinistra, di una completa trasparenza, e il gioco di poteri spesso invisibili, che alimentano uno sgradevole sentimento di complottismo, forse bisognerebbe riflettere ancora su un certo ‘gusto del segreto’, per quanto paradossale esso possa sembrare.

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